Ho scelto la via più complicata ma che mi rappresenta di più.
Seguo la mia indole, perseguo crescita ed obiettivi.

Step4

Il mio mestè

Tornato nella mia Milano, lavoravo come capo ricevimento di un carinissimo hotel a quattro stelle e, nel mentre, con una bassa retta regionale, frequentavo un corso di Interactive Designer.

Ho il ricordo di un casuale turno di notte, nel buio della hall e nel silenzio rotto solo da apparecchi elettrici, in cui ho trovato un annuncio sul Corriere Lavoro di una multinazionale della consulenza, per una posizione in una nuova divisione “interactive”.

E nottetempo, ho ovviamente mandato il curriculum. Non nutrivo molta aspettative perché, come sempre, il profilo richiesto era obiettivamente più “senior” ma altrettanto come sempre, perché non provarci?

Clamoroso al Cibali, dopo un decina di giorni mi hanno chiamato. Ero in un negozio. Ho lanciato l’appendino e la commessa, giustamente, mi guardò malissimo, ma era una telefonata che ti allunga la vita.

Al terzo colloquio mi hanno dato la conferma del posto, incredibile. O forse chi mi ha selezionato ha percepito la mia “fame” ed ha deciso di darmi una chance.

Era da poco iniziata l’epopea di Flash, forse li ho colpiti con il mio piccolo portfolio. Forse per il cinema creato da zero, praticamente senza esperienza, con l’avventura nello snowboarding. Ho ancora il mio biglietto da visita, che spettacolo.

Dopo un mese scarso, in cui ancora cerco di comprendere meglio le dinamiche di una società internazionale alle prese con una nuova divisione “creativa”, mi ritrovo “engagée volontaire” per fare un intervento ad un corso interno riguardo a “web e pubblicità”.

Ricordo benissimo il sorriso dei nuovi colleghi che l’avevamo schivata. Io giusto un filo d’ansia per la buona novella a ciel sereno. Terapia d’urto ma quando non hai scelta, l’affronti. E poi stai meglio. Dopo. Magari un giorno racconterò com’è andata nel blog.

Ho passato tre anni super intensi in cui mi sono nutrito di conoscenza ed esperienza. Ho avuto la fortuna di incontrare dei leader naturali, veri mentori e non meri capi, dai quali ho imparato e ricevuto moltissimo e ai quali ho restituito altrettanto in termini di sforzi, impegno, energia, resistenza.

Ed anche colleghi affiatati con i quali si è creata subito una fortissima empatia. Solo cose belle, una situazione che non ho mai più neanche lontanamente trovato in altri posti di lavoro.
Anche perché fu l’ultimo lavoro da dipendente.

Ho contribuito attivamente a realizzare interfacce di numerosi progetti web di note società e brand. Ai tempi c’era una forte domanda di intranet, extranet e io adoravo scervellarmi per realizzare dei layout piacevoli, usabili ed una navigazione efficace.

Oggi usability, user experience, sono concetti comuni, quasi abusati, ho l’impressione che i più giovani pensino che siano stati termini coniati di recente.

Ricordo delle slide del nostro team riguardo alle soluzioni user-centered design. Roba di quasi venti anni fa che potrebbero ancora essere attuali, per certi aspetti. Ricordo Jakob Nielsen, il primo guru dell’usabilità, a cui vanno dati meriti ma che si rivelò, a mio parere, eccessivo.

E così che un soggetto di sangue A, come me, inizia ad addormentarsi a fatica. Nel cercare di immaginare mentalmente un’esperienza online unica, come tutti chiedono ora, forse in modo un po’ troppo scontato.

Tanta intensità ma anche soddisfazioni, un triennio indimenticabile.
Fin troppo bello per durare. Soprattutto dopo lo scoppio della prima bolla delle dot-com e, l’anno successivo, la caduta delle Torri Gemelle.

Iniziammo a ballare l’hully gully, ma al contrario. Se prima eravamo in 72, poi siamo rimasti in tre, me compreso. In un certo senso anche una soddisfazione, roba da stella al merito del lavoro, mi sentivo anche un po’ highlander.

A quel punto però, prima di iniziare un altro giro di danze, dopo tre preziosi anni in consulenza, ho preferito fare un bel salto con respiro profondo ed utilizzare il saluto in solido della gentile-e-sempre-nel-mio-cuore-CGEY, per pianificare la mia terza startup.